pronto a bruciare altri 40€.
Toggle shoutbox Shoutbox
![]() Leggete il Regolamento prima di postare ed ovviamente usate le sezioni per parlare di AnimalCrossing! Gli award saranno ripristinati nelle prossime settimane. |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
About Me
Bene, vediamo di fare un "Su di me" decente, in modo che almeno, sempre se sono riuscito a impostarla bene, sentiate un po' della canzone di sottofondo, che, per la cronaca, è Renegade Returns, di Radium (il mio grande amore <3).
Bene. Che dire. Mi chiamo Paolo, dico sempre che dal nickname 'Pol' si intuisce, ma evidentemente non è così. :lHo 17 anni, 18 il prossimo 2 luglio, yuhu.Vivo a Bologna, capoluogo dell'Emilia-Romagna, per chi non lo sapesse.Faccio il liceo classico, quarto anno, nonostante non ne sia molto entusiasta, ma comunque me la cavo abbastanza da non farmi mai rimandare in nessuna materia.
Fuori da scuola non faccio chissà cosa, ma un po' il tempo me lo passo dai. Vado in palestra, faccio i salti mortali, ed esco con gli amici.Sono fissato coi piercing. Lo so, è una cagata, ma mi affascinano, il solo atto di bucarsi una parte del corpo per abbellirla è un qualcosa di meraviglioso :O Per ora ne ho solo 4 (septum, industrial e webtongue), ma piano piano compierò la mia catarsi. Finché continuerò a bazzicare su sto forum potreste vedere gli aggiornamenti tramite le foto, ma non abbiate fretta.
Nell'ultimo periodo mi sono anche avvicinato alla musica tekno, goa e trance, e ho cominciato ad andare ai cosiddetti "FREE PARTY", nonché feste più o meno legali in luoghi/locali più o meno abusivi, ma dove la musica e la socializzazione stanno alla base. Ho conosciuto moltissime persone e mi sono sempre divertito tantissimo, quindi non vedo perché dovrei ascoltare la gente che mi fa le prediche moraliste su questo genere di serate.
Bon, ciò che di significativo volevo dire l'ho detto, ormai la canzone sarà partita, quindi se volete finite di ascoltarla, sennò il tastino per andarsene di qui è lassù, ciau. :3
Il vecchio "Su di me", mi dispiaceva cancellarlo. :°
Questo sudimè è vecchio, diavolo. C'è ancora scritto 15 anni o.o'Ciaaao :awesome~Paolo, PoL per gli amici.~15 anni, che aumentano di uno ogni 2 luglio.~Bologna, capoluogo dell'Emilia-Romagna, per chi non lo sapesse.~Lunatico. Ossì.~Basso, ma per questo apprezzabile.~Volubile, tantissimo.~Imbecille, asd.~Docile, molto più di un cagnolino.~Affettuoso, ma solo con chi se lo merita.~Stupido, per la maggior parte del tempo! :DAmici u_u
Ciao spollo °-° Sono la vera, passavo di qua :rotfl. Ti voglio beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeene! Miao.x___GwenDay**

~ ~
Acida __________________________Senja _______________________Betty Tossica
Informazioni Generali
- Gruppo: Utenti
- Messaggi: 1802
- Visualizzazioni: 6219
- Titolo Personale: topoallucinato
- Età: 17 anni
- Compleanno: Luglio 2, 1994
-
Sesso
Maschile
-
Località
Bologna
Informazioni Giochi
-
Usi il WiiSpeak?
Si
-
Codice Amico 3DS
5155-3459-4850
Tools Utente
Ultimi Visitatori
#377741 Pokemon Black and White 2 - Nintendo DS
Postato il
Piero˜
on 14 mar 2012 - 03:52
pronto a bruciare altri 40€.
#376317 Now Listening
Postato il
Dido
on 07 mar 2012 - 10:08
#372646 Now Listening
Postato il
Chià JJ
on 19 feb 2012 - 11:39
CITAZIONE (Pol @ 16 feb 2012 - 03:33 )
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EzIz5T4YltM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>
E poi, già che ci sono, anche una versione rivisitata :3
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/zlY2RAuIngQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>
NON CI CREDO GESU CRISTO LA CANTAVO TUTTO IL GIORNO
#372559 Città grandi e città piccole
Postato il
scorpion
on 19 feb 2012 - 09:41
#372273 Le Cronache di ACL 2011
Postato il
Simone93
on 18 feb 2012 - 09:22
CITAZIONE (Simone93 @ 18 feb 2012 - 08:17 )
Chapter 9
Divisi! 5 - La Regina dei Regni Neri
La Morte arrivò all'entrata principale della piazza senza incontrare nessun altro individuo dell'interessante calibro del precedente; entrata sbarrata da un cartello posto in mezzo alla via che recitava: "vietato l'accesso ai non addetti all'esecuzione".
-Ci stanno sopra quattro tonnellate di polvere, forse non è più valido questo avviso- pensò ad alta voce. La sola propagazione sonora di quelle parole fece sì che le molecole del cartello rimaste ancora intatte si disgregassero all'istante, ed esso si polverizzasse.-Perfetto- accordò Simone varcando l'entrata, e nel farlo si rese conto che nell'arcata gotica sopra di essa era stato scritto con sangue di babbuino: "Memento Mori; frase latina che inizialmente può trarre in inganno, perchè pare significare "ricordati di quelli che non sono biondi", ma che in realtà sta per "ricordati che devi morire".
-Iniziamo bene, proprio bene- mormorò procedendo verso l'interno.
Fu allora che vide l'enorme fontana al centro dello spazio aperto, sulla cui cima era stata posta una scultura raffigurante omino bianco cento più, che poi in realtà è un omino nero, ma nessuno si è mai sforzato di chiedersene il perchè; era così anche in passato, quando Calimero veniva pagato, nelle trasmissioni pubblicitarie, per guardare una lavatrice, impugnare un fustino di detersivo ed esclamare "Avaaa come lavaa", e i bambini capivano immediatamente la truffa, perchè Calimero restava comunque un pulcino nero e probabilmente quando tornava a casa dopo il servizio pubblicitario non era da escludere che si facesse la doccia con il petrolio (erano ancora lontani i tempi di crisi, e i combustibili fossili li davano via per pochi spiccioli).
Ad ogni modo, lasciando da parte queste interessanti conversazioni, nella fontana scorrevano costantemente flussi di chinotto, e fu solo per mantenere un certo decoro che Simone non ci si tuffò dentro. Sulla sinistra c'era il patibolo delle esecuzioni, con tatto di macchina fotografica fissata ad un asse di legno. Negli anni più fiorenti dell'esercizio della messa a morte, probabilmente mentre il boio giustiziava il poveretto, gli veniva scattata una foto, così poi la si poteva ritirare quando si scendeva dal patibolo; un po' come i volti dei bambini terrorizzati che vengono immortalati sulle montagne russe del Canada. Stranamente, però, lì nessuno poi andava a ritirare la foto, che venivano accatastate in una cesta e lasciate a marcire.
La Morte si grattò la barba, che non si tagliava da settimane, più per pigrizia che per dimenticanza, nel constatare che sul capitolo era stato collocato un trono.
Perchè solo lei poteva decidere di porre il suo trono su un patibolo, con accanto un televisore da venti miliardi di pollici (molte dita erano state sacrificate per misurare le dimensioni dello schermo) e il volante di mario kart per Wii gettato in un angolo.
-Chi osa entrare nel mio regno?- tuonò una voce che aveva conosciuto fin troppo bene.
-E chi osa pretendere che la Morte chieda il permesso per farlo?- rispose Simone; ma faceva solo il gradasso, perchè lentamente arretrava. E l'attrazione della fontana al chinotto era ancora grande, anche dopo aver visto il patibolo: quello per lui era il paese delle meraviglie.
La figura si alzò dal trono e schioccando le dita scomparve, per riapparire in una frazione di secondo alle spalle della Morte. Potete chiamarlo teletrasporto, se volete, ma scientificamente è latecnicastranacheschiccandoleditatipermettediscomparirequiperpoiriapparirelì.
-Chi diavolo...- imprecò la Morte voltandosi verso la figura mentre riappariva accanto a lei.
-Death The Robb, Regina dei Regni Neri-.
-Vabè- fece scettico Simone nel voltarsi, ed eseguendo un gesto eloquente della mano che stava per "eh, che esagerata!", -"fruttivendola" come titolo sarebbe anche troppo pomposo-
-Chi sei tu per dirlo, un falegname?- lo sfidò lei squadrandolo dall'alto in basso, sempre con l'espressione accigliata.
-Tu... non ricordi?- le chiese turbato Simone osservando i suoi lineamenti, i lunghi e fluenti capelli viola, l'armatura opaca e ammaccata, probabilmente la stessa che indossava quattro anni prima.
-Ricordare? Ricordare cosa?- Roberta.
-Quattro anni fa eri la mia morte in seconda! Dai, sono Simone! Eravamo amici e...- provò a spiegare la Morte; ma con una velocità sorprendente la Regina dei Regni Neri lo colpì alla spalla con una lunga frusta nera, sul cui manico era stato impresso a fuoco "Made in Acireale".
-Argh!- esclamò lui premendosi la spalla con una mano.
-Amico? Non ricordo di aver mai avuto nessun amico!- gridò Roberta con occhi privi di qualsiasi espressione; difatti non era brava in matematica, ma negli occhi di tanto in tanto potevi scorgere l'apparire di un'incognita: una x, o una y se eri fortunato.
-Tu dovresti essere morta! Io ti ho visto morire, e anche Pasqualino Sinagoga ti ha... vabè che lui non ci vede tanto, però insomma, eravamo pure in due a far da testimoni...-
Una seconda frustata alla gamba sinistra lo costrinse in ginocchio, e suggerì che magari parlare non era la cosa più saggia da fare per il momento.
-Io sono morta. O almeno lo sono stata. Per qualche tempo, giusto quello necessario alla mia anima per rigenerarsi- Roberta.
-Sì, ma... come?- chiese l'altro dolorosamente.
-Sono sempre stata più furba di te: prima di recarci in battaglia contro il Monarca Noob, Desi l'Abbreviatrice, pensai di spezzare la mia anima in due parti...- Roberta.
-E l'hai scritta su un dvd, così poi in caso di ripristino avevi la copia di sicurezza...- Simone.
-Idiota! Creando un horcrux! Ho diviso la mia anima in due parti per non rischiare di morire... per sempre, diciamo- Roberta.
-Io ti stimo, sappilo- le disse Voldemort facendo il prestigiatore con le sue sette anime frammentate, da cui trassero l'omonimo film con Will Smith "Sette anime", in cui però poi la trama fu modificata e resa leggermente più sdolcinata.
-Un... horcrux. Pensare che non me ne ero neppure accorto...- Simone.
-Eh, grazie, stavi giocando a Farmville, non ti sei neanche accorto che stavo per far saltare in aria la casa- Roberta.
La Morte pensò ai suoi poveri campi coltivati a girasoli, che ormai probabilmente erano tutti marciti, ma cercò di distrarsi dicendo: -Non sapevo che fossi in grado di spingerti a spezzare la tua anima. Quando lo imparasti?-
-Ma se ogni santa mattina mi svegliavi alle sei per vantarti di quanto eri bravo nel creare gli horcrux, mia nascondevi le anime dei tuoi dipendenti in mezzo ai biscotti per farmele cadere nel latte!- Roberta.
-E se dessi la colpa a... ehm, Pasqualino Sinagoga?- Simone.
-Incolpi sempre quel povero santo d'un poveraccio- Roberta.
-Ma lui lo sa che gli voglio bene, e poi deve pur guadagnarselo lo stipendio- si giustificò Simone.
In quel momento, nel mondo reale, vicino a Firenze, nella magione della Morte, in cucina, vicino le scale, quattro passi dopo il lavello, longitudine sessantacinque latitudine ottantaquattro nord, Pasqualino Sinagoga stava preparando gli spaghetti alle vongole, pensando che Simone non si era fatto sentire neppure una volta da quando era partito, nè si era scomodato a chiedergli l'indirizzo per un'eventuale cartolina. Ammesso che fosse normale chiedere l'indirizzo della propria dimora a un dipendente.
-Mi fischiano le orecchie- disse rivolto alle vongole, con serietà.
-Staranno parlando del tuo stipendio, da qualche parte- gli risposero le vongole.
-Stipendio?- fece dubbioso Pasqualino, senza capire, -una volta mia madre mi fece qualche domanda al riguardo, e si stupì molto quando le dissi che non ne avevo mai sentito parlare. Ah, i genitori, i genitori...-
-E dunque- riprese il discorso il predestinato dall'Un, -anche se eri morta, l'altra parte della tua anima ti permise di sopravvivere e tornare in vita-.
-Mi rigenerai dopo qualche mese, sulle Pedobear Mountains. Non potevo tornare nel mondo reale, perchè non ero in grado di aprire i portali dimensionali. Nessuno me l'ha mai insegnato, e occorre troppa energia per crearne uno sufficientemente grande da collegare questo mondo al nostro. Aspettarti? Potevo fare solo quello. Quattro anni ho aspettato, e li ho trascorsi in solitudine. Dato che mi annoiavo ho ridotto in schiavitù il Regno di Tenebra, del quale avevo già sentito parlare e mi aveva affascinato- Roberta.
La ragazza mostrò il palmo della mano rivolto verso l'alto, su sui galleggiava una sfera purpurea di energia vivissima.
-E' incredibile l'oscurità che permea questi luoghi. I loro effetti sono portentosi. Inoltre, dopo quattro anni, posso sconfiggere chiunque sulla pista degli aceri di mario kart wii, alla faccia tua- aggiunse indicando il televisore e il volante di mario kart che stavano sul patibolo.
La Morte si rialzò in piedi, fissandola amareggiata.
-Roberta...-
-Mi hai lasciato morire, tu!- Roberta.
-Pensi che non mi sia portato lo scrupolo sulle spalle in questi ultimi anni?- chiese la Morte, tralasciando di citare la festa della gioiosa liberazione tenuta dopo la morte della ragazza per commemorarne l'evento.
-No, non lo penso- rispose Roberta.
-Se non fossi ancora dispiaciuto, avrei bloccato quei colpi di frusta, non ti pare?- Simone.
-E come? Avverto l'energia dispersa dalla tua falce. Karitori-ki è rotta, sarai stato a piangerci sopra tre giorni- Roberta.
-Una falce si ripara, ma il passato non posso ripararlo- Simone.
-La frase ti è uscita da una confezione di barrette kinder?- Roberta.
-Parla più forte, diamine, non ti sento!- disse Simone masticando rumorosamente dieci barrette kinder nello stesso momento.
-Ci rivediamo all'inferno- lo disprezzò il dentista di famiglia.
La Morte si avvicinò alla sua ex morte in seconda.
-Ti avevo detto che ti avrei salvata. Sei stata tu a non volerlo- Simone.
-Sì, ma cavolo, che ne sapevo che poi mi lasciavi morire davvero! Io volevo fare bella figura- Roberta.
-Ora vuoi combattere, non è vero? Sono giorni che incontro solo vecchi amici e parenti che vogliono combattere, tanto- Simone.
La Regina dei Regni Neri strinse la frusta.
-Non vorrei farlo, preferirei perdonarti. Ma chi utilizza anche solo per una volta un horcrux subisce la Corruzione, eccetto un appartenente al Consiglio delle Grandi Morti, che possono farne uso come delle caramelle. Anche io sono diventata un essere corrotto- Roberta.
-In effetti l'energia che emani puzza leggermente di zolfo- constatò Simone.
-Basta con questi pregiudizi! Sempre a dire "ah, sei corrotto, ah puzzi di zolfo allora!- si lamentò il diavolo, mentre andava a vestire Prada.
-Quello che non si lava sei tu!- disse Roberta; ma a Simone, non al diavolo, per lui non c'era bisogno.
La Morte ripensò a una frase significativa che aveva sentito poco tempo prima.
"In verità vi dico: uno di voi vi tradirà". No, quella era stata pronunciata durante una cena, ma era avvenuta troppo tempo prima.
"Non si falciano i bambini! Dovete giocare tutti assieme. Non fare il prepotente, Simone". No, sempre troppo tempo fa; quando da piccolo la madre gli aveva sequestrato la prima falce giocattolo, che si illuminava un po' come "sapientino", esclamando però "bravooo!" se uccidevi qualcuno, e non quando azzeccavi l'abbinamento di un coniglio con la sua carota.
"Se un oggetto è sporco, tornerà fuori più pulito che al momento della fabbricazione. Se un tuo amico è indemoniato o corrotto..."
-Puoi farlo tornare buono!- concluse la Morte esclamando la fine del pensiero ad alta voce.
-Mi sa che l'unico neurone che avevi ha saputo del 2012 e ha preferito bruciare le tappe piuttosto che rimanere ancora qualche anno con te prima della fine del mondo- mormorò Roberta.
Simone indicò un punto indefinito alle spalle della ragazza.
-Guarda, l'uomo invisibile!- gridò con una faccia entusiasta, per apparire più convincente.
-Dove, dove?!- si girò lei freneticamente per realizzare il sogno della sua vita.
Con molta poca grazia e un sorriso da assassino stampato sul volto, la Morte sollevò Roberta da terra con tutta l'armatura.
-E' fatta di carta o sei diventata anoressica?- le chiese correndo dalla parte opposta del patibolo portandosela dietro.
-Ma sei impazzito?! Mettimi giù e mi limiterò a decapitarti sul patibolo a colpi di frusta!- lo minacciò Roberta.
-Dimmi com'è la temperatura, poi, che un tuffo anche io me lo faccio volentieri. Ah, e tappati il naso- concluse lui senza badare a ciò che quella le gridava indietro di rimando, terrorizzata; qualcosa come "non ti ricordi il video su facebook dove ero in giardino, in piscina? Ho rischiato di affogare, non so nuotare!".
E la gettò nella fontana.
CITAZIONE (Simone93 @ 18 feb 2012 - 08:17 )
Chapter 9
Divisi! 5 - La Regina dei Regni Neri
La Morte arrivò all'entrata principale della piazza senza incontrare nessun altro individuo dell'interessante calibro del precedente; entrata sbarrata da un cartello posto in mezzo alla via che recitava: "vietato l'accesso ai non addetti all'esecuzione".
-Ci stanno sopra quattro tonnellate di polvere, forse non è più valido questo avviso- pensò ad alta voce. La sola propagazione sonora di quelle parole fece sì che le molecole del cartello rimaste ancora intatte si disgregassero all'istante, ed esso si polverizzasse.-Perfetto- accordò Simone varcando l'entrata, e nel farlo si rese conto che nell'arcata gotica sopra di essa era stato scritto con sangue di babbuino: "Memento Mori; frase latina che inizialmente può trarre in inganno, perchè pare significare "ricordati di quelli che non sono biondi", ma che in realtà sta per "ricordati che devi morire".
-Iniziamo bene, proprio bene- mormorò procedendo verso l'interno.
Fu allora che vide l'enorme fontana al centro dello spazio aperto, sulla cui cima era stata posta una scultura raffigurante omino bianco cento più, che poi in realtà è un omino nero, ma nessuno si è mai sforzato di chiedersene il perchè; era così anche in passato, quando Calimero veniva pagato, nelle trasmissioni pubblicitarie, per guardare una lavatrice, impugnare un fustino di detersivo ed esclamare "Avaaa come lavaa", e i bambini capivano immediatamente la truffa, perchè Calimero restava comunque un pulcino nero e probabilmente quando tornava a casa dopo il servizio pubblicitario non era da escludere che si facesse la doccia con il petrolio (erano ancora lontani i tempi di crisi, e i combustibili fossili li davano via per pochi spiccioli).
Ad ogni modo, lasciando da parte queste interessanti conversazioni, nella fontana scorrevano costantemente flussi di chinotto, e fu solo per mantenere un certo decoro che Simone non ci si tuffò dentro. Sulla sinistra c'era il patibolo delle esecuzioni, con tatto di macchina fotografica fissata ad un asse di legno. Negli anni più fiorenti dell'esercizio della messa a morte, probabilmente mentre il boio giustiziava il poveretto, gli veniva scattata una foto, così poi la si poteva ritirare quando si scendeva dal patibolo; un po' come i volti dei bambini terrorizzati che vengono immortalati sulle montagne russe del Canada. Stranamente, però, lì nessuno poi andava a ritirare la foto, che venivano accatastate in una cesta e lasciate a marcire.
La Morte si grattò la barba, che non si tagliava da settimane, più per pigrizia che per dimenticanza, nel constatare che sul capitolo era stato collocato un trono.
Perchè solo lei poteva decidere di porre il suo trono su un patibolo, con accanto un televisore da venti miliardi di pollici (molte dita erano state sacrificate per misurare le dimensioni dello schermo) e il volante di mario kart per Wii gettato in un angolo.
-Chi osa entrare nel mio regno?- tuonò una voce che aveva conosciuto fin troppo bene.
-E chi osa pretendere che la Morte chieda il permesso per farlo?- rispose Simone; ma faceva solo il gradasso, perchè lentamente arretrava. E l'attrazione della fontana al chinotto era ancora grande, anche dopo aver visto il patibolo: quello per lui era il paese delle meraviglie.
La figura si alzò dal trono e schioccando le dita scomparve, per riapparire in una frazione di secondo alle spalle della Morte. Potete chiamarlo teletrasporto, se volete, ma scientificamente è latecnicastranacheschiccandoleditatipermettediscomparirequiperpoiriapparirelì.
-Chi diavolo...- imprecò la Morte voltandosi verso la figura mentre riappariva accanto a lei.
-Death The Robb, Regina dei Regni Neri-.
-Vabè- fece scettico Simone nel voltarsi, ed eseguendo un gesto eloquente della mano che stava per "eh, che esagerata!", -"fruttivendola" come titolo sarebbe anche troppo pomposo-
-Chi sei tu per dirlo, un falegname?- lo sfidò lei squadrandolo dall'alto in basso, sempre con l'espressione accigliata.
-Tu... non ricordi?- le chiese turbato Simone osservando i suoi lineamenti, i lunghi e fluenti capelli viola, l'armatura opaca e ammaccata, probabilmente la stessa che indossava quattro anni prima.
-Ricordare? Ricordare cosa?- Roberta.
-Quattro anni fa eri la mia morte in seconda! Dai, sono Simone! Eravamo amici e...- provò a spiegare la Morte; ma con una velocità sorprendente la Regina dei Regni Neri lo colpì alla spalla con una lunga frusta nera, sul cui manico era stato impresso a fuoco "Made in Acireale".
-Argh!- esclamò lui premendosi la spalla con una mano.
-Amico? Non ricordo di aver mai avuto nessun amico!- gridò Roberta con occhi privi di qualsiasi espressione; difatti non era brava in matematica, ma negli occhi di tanto in tanto potevi scorgere l'apparire di un'incognita: una x, o una y se eri fortunato.
-Tu dovresti essere morta! Io ti ho visto morire, e anche Pasqualino Sinagoga ti ha... vabè che lui non ci vede tanto, però insomma, eravamo pure in due a far da testimoni...-
Una seconda frustata alla gamba sinistra lo costrinse in ginocchio, e suggerì che magari parlare non era la cosa più saggia da fare per il momento.
-Io sono morta. O almeno lo sono stata. Per qualche tempo, giusto quello necessario alla mia anima per rigenerarsi- Roberta.
-Sì, ma... come?- chiese l'altro dolorosamente.
-Sono sempre stata più furba di te: prima di recarci in battaglia contro il Monarca Noob, Desi l'Abbreviatrice, pensai di spezzare la mia anima in due parti...- Roberta.
-E l'hai scritta su un dvd, così poi in caso di ripristino avevi la copia di sicurezza...- Simone.
-Idiota! Creando un horcrux! Ho diviso la mia anima in due parti per non rischiare di morire... per sempre, diciamo- Roberta.
-Io ti stimo, sappilo- le disse Voldemort facendo il prestigiatore con le sue sette anime frammentate, da cui trassero l'omonimo film con Will Smith "Sette anime", in cui però poi la trama fu modificata e resa leggermente più sdolcinata.
-Un... horcrux. Pensare che non me ne ero neppure accorto...- Simone.
-Eh, grazie, stavi giocando a Farmville, non ti sei neanche accorto che stavo per far saltare in aria la casa- Roberta.
La Morte pensò ai suoi poveri campi coltivati a girasoli, che ormai probabilmente erano tutti marciti, ma cercò di distrarsi dicendo: -Non sapevo che fossi in grado di spingerti a spezzare la tua anima. Quando lo imparasti?-
-Ma se ogni santa mattina mi svegliavi alle sei per vantarti di quanto eri bravo nel creare gli horcrux, mia nascondevi le anime dei tuoi dipendenti in mezzo ai biscotti per farmele cadere nel latte!- Roberta.
-E se dessi la colpa a... ehm, Pasqualino Sinagoga?- Simone.
-Incolpi sempre quel povero santo d'un poveraccio- Roberta.
-Ma lui lo sa che gli voglio bene, e poi deve pur guadagnarselo lo stipendio- si giustificò Simone.
In quel momento, nel mondo reale, vicino a Firenze, nella magione della Morte, in cucina, vicino le scale, quattro passi dopo il lavello, longitudine sessantacinque latitudine ottantaquattro nord, Pasqualino Sinagoga stava preparando gli spaghetti alle vongole, pensando che Simone non si era fatto sentire neppure una volta da quando era partito, nè si era scomodato a chiedergli l'indirizzo per un'eventuale cartolina. Ammesso che fosse normale chiedere l'indirizzo della propria dimora a un dipendente.
-Mi fischiano le orecchie- disse rivolto alle vongole, con serietà.
-Staranno parlando del tuo stipendio, da qualche parte- gli risposero le vongole.
-Stipendio?- fece dubbioso Pasqualino, senza capire, -una volta mia madre mi fece qualche domanda al riguardo, e si stupì molto quando le dissi che non ne avevo mai sentito parlare. Ah, i genitori, i genitori...-
-E dunque- riprese il discorso il predestinato dall'Un, -anche se eri morta, l'altra parte della tua anima ti permise di sopravvivere e tornare in vita-.
-Mi rigenerai dopo qualche mese, sulle Pedobear Mountains. Non potevo tornare nel mondo reale, perchè non ero in grado di aprire i portali dimensionali. Nessuno me l'ha mai insegnato, e occorre troppa energia per crearne uno sufficientemente grande da collegare questo mondo al nostro. Aspettarti? Potevo fare solo quello. Quattro anni ho aspettato, e li ho trascorsi in solitudine. Dato che mi annoiavo ho ridotto in schiavitù il Regno di Tenebra, del quale avevo già sentito parlare e mi aveva affascinato- Roberta.
La ragazza mostrò il palmo della mano rivolto verso l'alto, su sui galleggiava una sfera purpurea di energia vivissima.
-E' incredibile l'oscurità che permea questi luoghi. I loro effetti sono portentosi. Inoltre, dopo quattro anni, posso sconfiggere chiunque sulla pista degli aceri di mario kart wii, alla faccia tua- aggiunse indicando il televisore e il volante di mario kart che stavano sul patibolo.
La Morte si rialzò in piedi, fissandola amareggiata.
-Roberta...-
-Mi hai lasciato morire, tu!- Roberta.
-Pensi che non mi sia portato lo scrupolo sulle spalle in questi ultimi anni?- chiese la Morte, tralasciando di citare la festa della gioiosa liberazione tenuta dopo la morte della ragazza per commemorarne l'evento.
-No, non lo penso- rispose Roberta.
-Se non fossi ancora dispiaciuto, avrei bloccato quei colpi di frusta, non ti pare?- Simone.
-E come? Avverto l'energia dispersa dalla tua falce. Karitori-ki è rotta, sarai stato a piangerci sopra tre giorni- Roberta.
-Una falce si ripara, ma il passato non posso ripararlo- Simone.
-La frase ti è uscita da una confezione di barrette kinder?- Roberta.
-Parla più forte, diamine, non ti sento!- disse Simone masticando rumorosamente dieci barrette kinder nello stesso momento.
-Ci rivediamo all'inferno- lo disprezzò il dentista di famiglia.
La Morte si avvicinò alla sua ex morte in seconda.
-Ti avevo detto che ti avrei salvata. Sei stata tu a non volerlo- Simone.
-Sì, ma cavolo, che ne sapevo che poi mi lasciavi morire davvero! Io volevo fare bella figura- Roberta.
-Ora vuoi combattere, non è vero? Sono giorni che incontro solo vecchi amici e parenti che vogliono combattere, tanto- Simone.
La Regina dei Regni Neri strinse la frusta.
-Non vorrei farlo, preferirei perdonarti. Ma chi utilizza anche solo per una volta un horcrux subisce la Corruzione, eccetto un appartenente al Consiglio delle Grandi Morti, che possono farne uso come delle caramelle. Anche io sono diventata un essere corrotto- Roberta.
-In effetti l'energia che emani puzza leggermente di zolfo- constatò Simone.
-Basta con questi pregiudizi! Sempre a dire "ah, sei corrotto, ah puzzi di zolfo allora!- si lamentò il diavolo, mentre andava a vestire Prada.
-Quello che non si lava sei tu!- disse Roberta; ma a Simone, non al diavolo, per lui non c'era bisogno.
La Morte ripensò a una frase significativa che aveva sentito poco tempo prima.
"In verità vi dico: uno di voi vi tradirà". No, quella era stata pronunciata durante una cena, ma era avvenuta troppo tempo prima.
"Non si falciano i bambini! Dovete giocare tutti assieme. Non fare il prepotente, Simone". No, sempre troppo tempo fa; quando da piccolo la madre gli aveva sequestrato la prima falce giocattolo, che si illuminava un po' come "sapientino", esclamando però "bravooo!" se uccidevi qualcuno, e non quando azzeccavi l'abbinamento di un coniglio con la sua carota.
"Se un oggetto è sporco, tornerà fuori più pulito che al momento della fabbricazione. Se un tuo amico è indemoniato o corrotto..."
-Puoi farlo tornare buono!- concluse la Morte esclamando la fine del pensiero ad alta voce.
-Mi sa che l'unico neurone che avevi ha saputo del 2012 e ha preferito bruciare le tappe piuttosto che rimanere ancora qualche anno con te prima della fine del mondo- mormorò Roberta.
Simone indicò un punto indefinito alle spalle della ragazza.
-Guarda, l'uomo invisibile!- gridò con una faccia entusiasta, per apparire più convincente.
-Dove, dove?!- si girò lei freneticamente per realizzare il sogno della sua vita.
Con molta poca grazia e un sorriso da assassino stampato sul volto, la Morte sollevò Roberta da terra con tutta l'armatura.
-E' fatta di carta o sei diventata anoressica?- le chiese correndo dalla parte opposta del patibolo portandosela dietro.
-Ma sei impazzito?! Mettimi giù e mi limiterò a decapitarti sul patibolo a colpi di frusta!- lo minacciò Roberta.
-Dimmi com'è la temperatura, poi, che un tuffo anche io me lo faccio volentieri. Ah, e tappati il naso- concluse lui senza badare a ciò che quella le gridava indietro di rimando, terrorizzata; qualcosa come "non ti ricordi il video su facebook dove ero in giardino, in piscina? Ho rischiato di affogare, non so nuotare!".
E la gettò nella fontana.
Grazia a entrambi
#371670 +1 Click A**
Postato il
Chià JJ
on 14 feb 2012 - 10:05
#371361 Come Ginevra divenne stella
Postato il
Simone93
on 13 feb 2012 - 04:35
E difatti è di questo che si tratta, una sorpresa, spero bella.
Veniamo al punto. Da quando Ginevra se n'è andata ho visto cosa ha portato, cosa ha portato per davvero nel mondo, e molto in questo forum: voglio dire, date un'occhiata al suo topic in questa sezione. Ancora visite. Ancora visite di persone che tornano a ringraziarla, a salutarla, anche solo a dirle "ciao Ginevra, non ti ho mai conosciuto, ma, Dio, dovevi proprio essere una gran brava persona". All'inizio ho interpretato simili atteggiamenti come un'ipocrisia, ma mi sono sbagliato. Non è ipocrisia, è Ginevra. Ginevra era questa ragazza, che sapeva farti dire grazie anche solo per aver ricevuto in dono la sua compagnia, la sua "esistenza". Non è una cosa facile da spiegare con le parole, quindi ho provato a spiegarla in un altro modo, per mezzo della sola cosa che so fare: raccontare. Forse qualcuno si è chiesto come mai io non abbia scritto ancora sostanzialmente qualcosa di importante per la sua scomparsa; anche io me lo sono chiesto, e attribuivo il fatto alla mia incapacità. Era così, difatti. Però questa notte, verso le due, non riuscivo a prendere sonno, e mi rigiravo nel letto, finchè non mi è venuta, o meglio, finchè Ginevra non mi ha suggerito la strada giusta per scrivere qualcosa.
Questa storia è un regalo per sua madre, che provvederò a spedire, subito domani (vi chiedo quindi per favore di non metterla su facebook nè di avvisare i parenti perchè vorrei che fosse una sorpresa). Questa storia nasce stanotte, dalle due fino alle quattro e quarantacinque minuti, quando accanto alla mia penna si muove la mano di Ginevra a guidarla. E' una sensazione che non posso e non riesco a spiegarvi, quindi vi prego, se per tre anni ho fatto qualcosa per questo forum, credetemi sulla parola, credetemi e basta: questa storia è anche per tutti voi, è la mia sorpresa per voi.
Questa storia non è lunga in fondo, e così deve essere, perchè è la storia di Ginevra come io l'ho vista.
Se vedete tante parole, vi prego ancora una volta, fatemi solo questo piacere: leggetela. Veramente, leggetela. Non è una storiella scritta così, è davvero importante, per me, per voi, voglio sperare anche per lei.
Voglio sperare che anche lei la rilegga con voi, dopo averla scritta assieme a me.
Grazie :)
[Per qualsiasi imprecisione, errore o altro, vogliate perdonarmi: così come l'ho scritta questa notte la riporto ora, provvederò a effettuare correzioni, anzi, se mi aiutate è ancora meglio!)
Argentovivo
o
Come Ginevra divenne stella
Quando divenne più grande Argentovivo perse, con qualche sospiro di sollievo da parte delle sue sorelle, una gran dose dell’esuberanza che aveva avuto da bambina; al contempo, però, divenne sempre più curiosa, soprattutto verso gli abitanti di un pianeta composto in gran parte di acqua, ma che, chissà perché, tutti chiamavano Terra. Argentovivo vedeva le persone, dal cielo, e si chiedeva come fosse la loro vita su quella piccola pallina quasi sferica che si spostava senza fretta attorno al suo caldo sole. C’è da dire che tra le stelle vigeva una regola precisa, che era stata fissata in un’epoca antica antichissima dalla regina di tutte le stelle, e che quindi tutte loro per sempre avrebbero dovuto rispettare: questa legge vietava a qualsiasi stella di entrare in contatto diretto con gli uomini e di parlare con loro. Bisogna anche tenersi alla debita distanza, come quando si osservano da lontano degli animali pericolosi: gli uomini, tutte le stelle lo sapevano, erano degli esseri strani e imprevedibili, che da molto tempo avevano smesso di brillare e per questo ora necessitavano della luce delle stelle; loro, però, questo non dovevano saperlo, altrimenti se ne sarebbero risentiti. E del resto, chi poteva dire se un uomo, a contatto diretto con una stella, invece di esserle grato per la sua luce che tanto in passato l’aveva aiutato, avesse deciso di catturarla per tenersela tutta per sé?
Per questo era stato deciso che stelle e uomini conducessero vite separate, senza mai incontrarsi né parlarsi. Era una cosa triste, è vero, perché magari incontrandosi avrebbero potuto imparare molte cose, insieme, ma ormai era stato deciso così ed era meglio per tutti rispettare quelle regole. Argentovivo aveva imparato queste cose quando era ancora una piccola stella, e in anni ed anni di giochi e spensieratezza si può ben capire come se le fosse ormai dimenticate o, noiose com’erano, avesse deciso di metterle da parte per riservare spazio nella memoria a qualcosa di più interessante: le regole di un gioco nuovo raccontato da un amico buco nero, il nome di una nuova sorella appena nata, oppure, oppure… i luoghi di quel pianeta tanto strano che le altre chiamavano Terra.
Argentovivo trascorse molti anni ad osservare, lassù dal suo cantuccio di cielo, la Terra e gli uomini che l’abitavano, e già dopo i primi tempi vinse la paura e la timidezza e decise di avvicinarsi. Giusto un pochino di più, fino alla cima di quella montagna, alla sabbia di quella baia, ai rigogliosi fiori di quel campo di tulipani. Che male c’era, in fondo? Non faceva del male a nessuno conoscere cose nuove e interessanti come quelle. Fu così che Argentovivo conobbe per la prima volta gli uomini: ne aveva sempre sentito parlare, come si parla di cose insolite e straordinarie, cose che sono e resteranno incomprensibili, ma non li aveva mai visti con i suoi occhi. Una notte si avvicinò con cautela fino ad una strana zona di quel pianeta che ricordava molto la forma di uno stivale, ma ancora non riusciva a vedere bene chi abitasse in quel posto così strano; così si avvicinò ancora di più, fino ad arrivare ad una di quelle che aveva sentito definire città, un posto pieno di case dove abitavano gli uomini che, chissà perché, oltre a non saper brillare non sapevano neanche volare né vivere nel cielo, ma erano incredibilmente legati al suolo e a quegli edifici quadrati e rettangolari dove si andavano a rintanare ogni volta che faceva buio, e a volte anche quando brillava il sole. Argentovivo ogni tanto sorrideva nel vedere qualche persona correre sotto la pioggia, fino ad una di quelle case, per poi entrarvi e sparirvi soddisfatta all’interno: a lei la pioggia piaceva, quando pioveva era felice e volava di qua e di là fra le gocce, fino all’arcobaleno, e ricordava i nomi di tutte le nuvole, che a loro volta la salutavano sempre quando passava, gridando felici “Ehi, ecco che ripassa quella piccola stella curiosa: ciao, ciao, Argentovivo!”
Quella volta Argentovivo si era avvicinata allo strano stivale come mai prima, fino ad una città che aveva sentito chiamare Firenze da coloro che si aggiravano fra le sue case. Era sicuramente un posto pieno di luce e molto particolare, ma Argentovivo trovò che vi fossero troppe persone per non essere sorpresa a gironzolare per la Terra da qualcuna di loro, e le sue sorelle sicuramente l’avrebbero sgridata se avesse combinato un altro guaio; così si allontanò un poco dalla grande città, fino ai paesini più vicini, alla campagna, al verde che amava tanto, e correndo ora qui ora lì come faceva da bambina trovò il coraggio di avvicinarsi ad una casa. Doveva stare molto attenta ora: qualcuno, alla vista di una stella nel suo giardino, si sarebbe potuto spaventare! Ed ecco, attraverso la finestra che dava sul giardino la piccola Argentovivo vide una scena che non avrebbe più dimenticato: una donna che stringeva tra le braccia una graziosa bambina, e accanto a lei un uomo che le domandava: -Come la chiameremo, Fernanda, che nome le daremo?-
-Mi piacerebbe chiamarla Brenda- gli rispose la donna, e con gli occhi non smetteva di fissare la bambina e di sorridere.
Argentovivo pensò che quella donna dovesse essere una mamma, e la bambina che aveva tra le braccia sua figlia; e fu un po’ triste, perché lei non aveva mai avuto un’altra stella da poter chiamare “mamma”. Pensò anche, però, che gli uomini e le stelle dopotutto non erano poi così diversi: tra gli uni e gli altri c’erano, ad esempio, genitori e figli; gli uomini, inoltre, non sapevano più emettere luce, ma avevano inventato altri modi per farlo: quella grande città, Firenze, ad esempio, brillava di luce propria quasi come una stella. Ma la scena che più non abbandonava la mente di Argentovivo era l’abbraccio tra quella madre e la sua bambina: in quel momento desiderò con tutto il suo cuore di poter essere umana anche lei, di poter provare quell’emozione e di avere accanto una donna da poter chiamare mamma, anche a costo di non essere più una stella e di diventare un essere umano. Forse era possibile, forse anche lei poteva essere amata così da un altro essere vivente, come quella bambina; e vivere tra gli uomini, tra quegli esseri curiosi e affascinanti che tanto l’attraevano.
Quando Argentovivo, a malincuore, ritornò fra le sue sorelle in alto nel cielo, loro chiesero dove fosse stata per tutto quel tempo, dato che l’avevano cercata senza riuscire a trovarla. Allora Argentovivo raccontò loro con euforia tutto quanto aveva visto sulla Terra, e tanta era l’emozione nella sua voce e nelle sue parole che non riuscì a impedire che sgorgasse dai suoi occhi anche qualche lacrima; e pregò tutte le stelle di insegnarle, se fosse possibile, un modo per diventare un essere umano, se era possibile rinascere come uomini dopo essere stati stelle. All’udire quelle parole e il desiderio della loro piccola Argentovivo, molte stelle furono prese dal panico, in parte perché la loro legge più antica, pur senza cattiveria, era stata ormai infranta, in parte per il timore che la piccola Argentovivo potesse abbandonarle e le conseguenze che sarebbero scaturite da questo gesto. Altre stelle, però, quelle che negli anni avevano imparato a conoscere meglio Argentovivo, avevano capito che alla piccola stella la vita che tutte assieme conducevano nel cielo non bastava più ormai, e che lei aveva bisogno di trovare la sua strada, una strada che avrebbe potuto renderla davvero felice.
-Piccola Argentovivo- dissero le stelle, -c’è un modo in effetti per compiere quello che ci chiedi: una stella può rinascere, ma solo come donna, se davvero lo desidera; e come forse avrai già capito durante i tuoi viaggi sulla Terra, nel cuore di ogni donna c’è sempre una piccola stella-
-Ditemi, dunque, sorelle mie, come fare, perché la mia felicità è grande qui nel cielo assieme a voi, ma è tempo che io trovi la mia strada e una persona da poter chiamare mamma- Argentovivo.
-Argentovivo, non siamo forse noi tutte le tue mamme?- le chiesero allora quelle stelle che più si addoloravano della sua scelta, -ti abbiamo forse mai fatto mancare qualcosa, o ti abbiamo trattata male? Se è accaduto perdonaci, ma non andare così lontano da casa e da coloro che ti vogliono bene-
-Amiche mie, gli anni che ho trascorso con voi da quando ero solo un piccolo sfavillio nella notte sono stati bellissimi; ma ormai, osservando da lontano quel pianeta, sono quasi certa che sia lì che troverò la mia strada e la mia felicità; e sento che una persona in particolare mi aspetta. Ricordate che arrivai da voi perché avevo perso la mia strada? Chi può dire che non fosse proprio da lei che essa avrebbe dovuto condurmi, se vi fosse stata abbastanza luce. Per questo non posso trattenermi, ma non dubitatene: se mi sto sbagliando tornerò da voi, e saremo di nuovo insieme- Argentovivo.
Allora le stelle piansero, ma non ebbero il cuore di trattenerla contro la sua volontà, né furono capaci di costringerla ad obbedire alla loro antica legge, perché questo avrebbe costato la felicità della piccola Argentovivo, che tutte avevano ormai a cuore più della propria. Quella notte e per ogni notte dell’anno successivo e dell’anno dopo ancora, le stelle insegnarono ad Argentovivo ogni cosa che sapevano di quel pianeta che aveva fatto proprio il cuore della piccola stella, e anche come compiere il miracolo che lei aveva chiesto: era un processo lungo e complicato, ma quel che era importante e che la rendeva felice era che il suo sogno fosse realizzabile.
Fu così che la piccola stella Argentovivo salutò le sue sorelle su nel cielo, e si spense la sua vita da stella, per rinascere nell’ancor più splendente vita di una bambina. Questa bambina nacque dalla stessa madre che due anni prima Argentovivo aveva visto dal vetro di quella finestra nella notte, e di cui si era tanto innamorata, come sua seconda figlia: la chiamarono Ginevra, che nella lingua delle stelle che nessuno conosce più sulla Terra significa “il più bello degli astri”. Argentovivo ebbe molto a cuore il fatto di rinascere proprio in grembo a quella donna, il cui nome, se l’udito quella notte non l’aveva ingannata, era Fernanda, perché solo lei avrebbe potuto chiamare mamma tra tutte le donne che sulla Terra aveva osservato; e nel periodo in cui le altre stelle badavano ad istruirla aveva ormai solo poco tempo per tornare sulla Terra a farle visita senza essere vista. In quei viaggi aveva visto molte altre donne, ma le sembravano tutte uguali rispetto a Fernanda, come se a loro mancasse qualcosa di importante ma indefinito. In realtà Argentovivo, prima di rinascere in forma umana, era stata pur sempre una stella, e che cosa contraddistingue una stella se non la sua luce? Ebbene, proprio guidata da questo istinto che solo hanno le stelle, e che permette loro di riconoscere da lontano le loro compagne nei lunghi viaggi siderali, Argentovivo aveva riconosciuto in quella donna, Fernanda, qualcosa di molto simile alla luce delle stelle, che tra gli uomini la faceva brillare non vista, ma che tra le stelle l’avrebbe resa davvero molto appariscente.
Si spense, allora, la vita della piccola Argentovivo, per rinascere tanto forte quanto rigogliosa in quella di Ginevra, e finalmente la piccola potè avere una mamma, e chiamare proprio quella donna “mamma”, come tanti anni prima aveva sognato; e avere una famiglia ed essere felice tra gli uomini. C’era però una cosa che le altre stelle non avevano detto ad Argentovivo quando si erano separate, e cioè che rinascendo in Ginevra lei avrebbe perso la memoria della sua precedente vita da stella. Era un triste effetto collaterale che non si poteva evitare, ma le altre stelle promisero di serbare per sempre il ricordo della loro sorellina e di farle visita ogni notte a sua insaputa, per godere ancora un po’ della sua compagnia senza sconvolgere la sua nuova vita, che meritava e tanto aveva desiderato.
La piccola Ginevra crebbe diventando, come le sue sorelle avrebbero giurato da molto prima che avesse inizio la sua nuova vita, una stella in terra: aveva molti amici, era felice, e aveva un suo caratterino del tutto particolare e irripetibile. Dove passava Ginevra era inevitabile che passassero, assieme a lei, anche il riso e il buonumore; sapeva inventare storie e situazioni bizzarre, bizzarre ancor più degli uomini con i quali si trovava ora a vivere, dopo averlo per lungo tempo desiderato. Apprezzava il cielo, la terra e il mare, e quant’altro la natura avesse da regalare a quel pianeta; e amava i suoi genitori, e in modo tutto suo e particolare sua sorella Brenda e, naturalmente, la sua mamma Fernanda. Ginevra aveva dimenticato del tutto le sue sorelle stelle e la sua vita precedente su nel cielo, e non poteva immaginare che quanto di buono e straordinario vi fosse nel suo carattere fosse dovuto al fatto che lei stessa era stata una stella, e che, nonostante tutto, continuasse ad esserlo in forma umana; né tantomeno avrebbero potuto indovinarlo la sorella e la madre, che comunque non per questo godevano meno della sua compagnia.
Di Ginevra, durante la sua vita sulla Terra, ci sarebbero molte cose da raccontare, ve l’assicuro: ad esempio, del suo amore per i gatti e dei nomi buffi e sempre perfettamente calzanti che trovava per ogni nuova bestiola che nasceva; oppure del suo amore senza riserve per i dolcetti, e in particolare per quelli che imparò a conoscere come muffin; della sua bravura ai fornelli, che mise sempre a disposizione della madre, all’occorrenza, quando lei ne aveva bisogno, nel ristorante dell’agriturismo di famiglia grazie al quale vivevano; e dei suoi disegni, o, se li aveste visti, i disegni di Ginevra, quelle piccole miniature di sorrisi ed emozioni che soltanto la sua mente, che ogni tanto si perdeva e vagava di nuovo fra i pianeti e tornava a rincorrere le comete, riusciva a concepire. Visse felice, Ginevra, sulla Terra e la girò in lungo e in largo, senza il timore di essere scoperta dagli uomini questa volta: visitò molti paesi, vide edifici, strade e chiese, mari e montagne, fino a quando l’orizzonte non divenne una costante ben nota al suo sguardo, e anche allora, quando nulla da vedere mancava ormai all’appello, non si stancava di rimirarlo.
Passarono diciassette anni, e Ginevra crebbe, su questa Terra, divenne bella come lo era stata da stella, e forse anche di più, perché ora in lei venivano a risvegliarsi anche i tratti del volto della madre; era ormai quasi una donna quando si ritrovò con lei, una sera d’estate, a fissare il cielo da una collina nei pressi del loro agriturismo. Fu allora che la madre, abbracciando la figlia, guardò il cielo assieme a lei e le disse: -Guarda, Ginevra, guarda le stelle: ti sei mai chiesta se lassù non ci sia forse qualcuno che ci guarda, come ora noi stiamo guardando loro?-
E Ginevra rispose alla madre: -Ma, mamma, fa tanto freddo lassù nel cielo, chi mai potrebbe osservarci?-
-Quelli che se ne sono andati, Ginevra: le persone che abbiamo perso credi forse che cessino di esistere? No, io ne sono certa: esse continuano a vivere e ci proteggono da lassù. Un giorno io non ci sarò più, e tu guardando le stelle potrai scorgere anche me che ti sorrido- rispose Fernanda.
Allora Ginevra volse un istante lo sguardo alla madre, per poi tornare a guardare le stelle: e allora le vide davvero, le vide e le riconobbe, potremmo dire che le vide per la prima volta per quello che erano davvero, in questa vita; e Ginevra ricordò chi era, chi era stata, e ricordò le altre stelle sue sorelle, e fu travolta da una nostalgia che sgorgava a fiotti dal suo cuore e che le stringeva il petto in una morsa, per poi dirigersi anch’essa verso il cielo, verso quell’infinito di luci che, lei lo sapeva, avevano tutte un nome, ed erano vive, vive come gli uomini, vive più degli uomini.
Ginevra si voltò allora verso la sua mamma e le disse dolcemente: -Mi piacerebbe molto di più, sai, che fossi tu a vedermi, qui da questo prato, assomigliare ad una stella, ed essere io lassù a ricordarti chi fu tua figlia e a proteggerti per sempre-.
Queste parole, però, resero triste Fernanda, e Ginevra ne fu a sua volta rattristata; perché, se all’inizio non vi aveva riflettuto, si era poi ricordata che la morte ha un significato ben preciso per gli uomini, molto più profondo e temuto, di quanto non ne abbia per le stelle, e che per loro un genitore che vede morire il figlio è una scena ai limiti dell’accettabile e del pensabile. Ormai, però, purtroppo quel che era stata fatto non poteva essere cambiato, e per quella sera madre e figlia non parlarono più, ma rimasero a fissare il cielo per gran parte della notte; e in questo modo parlarono ancora, non alla maniera degli uomini, ma come fanno le stelle, con parole che sono silenzi e discorsi che si trasformano in sguardi.
Ginevra trascorse un altro anno ancora sulla Terra, prima che la nostalgia prendesse il sopravvento sul suo giovane corpo, e in quei mesi godette ancora della compagnia della madre, della sorella e di tutti i suoi amici; ma ormai ricordava chi era stata, la piccola stella Argentovivo, e sentiva che sì, questa vita che tanto aveva desiderato era bella, lo era per davvero, e aveva capito che gli uomini erano strani ma anche buoni in fondo e che sbagliava chi diceva, facendo di tutta l’erba un fascio, che erano tutti individui spregevoli e che non c’era nulla da fare per loro, ormai, uomo o stella che fosse; e aveva imparato che era una sensazione di gioia indescrivibile poter avere una persona da chiamare mamma e una famiglia; e ancora, che la Terra, quel pianeta bizzarro che neppure riusciva ad essere una sfera perfetta, era un posto molto grazioso, con tutte le sue montagne, i suoi mari, le sue vallate e le sue coste, e anche con tutti i suoi deserti. Quello che però mancava ora a Ginevra era il suo cielo dove poter risplendere, il suo cantuccio freddo di tessuto azzurro da poter riscaldare, le sue comete da rincorrere. Certo, anche sulla Terra aveva brillato, non vista, e aveva illuminato i volti di così tanti uomini da perderne il conto, ma non era la stessa cosa, e la stessa luce che gli uomini avevano inventato, e che lei molto tempo prima aveva riconosciuto affine alla propria, era in realtà assai diversa, tanto da poter essere definita una cosa totalmente differente. Era una luce artificiale, meccanica, che brillava in vista di una funzione: quella di illuminare; mentre la luce delle stelle brilla perché vive, e solo in quanto tale riesce poi anche ad essere utile alle navi nella notte.
Per molti mesi Ginevra fu straziata dalla scelta che avrebbe dovuto prendere: se cioè restare tra le braccia della madre, l’amore per la quale ancora le impediva di dipartirsene, o tornare tra le braccia del suo cielo stellato, che tanta nostalgia infondeva nel suo cuore; finchè passò anche il tempo della scelta, e lei non potè più scegliere affatto.
Aveva preso il sopravvento la nostalgia, il bisogno di ritornare a casa, la casa in cui si è nati nella propria vera vita, la prima ed unica, che l’attirava a sé inesorabilmente; e con essa c’era anche la voglia di rivedere le sue sorelle, che ogni sera venivano a salutarla, ma dovendo pur sempre tenersi a debita distanza dagli sguardi degli uomini, e ora anche dallo sguardo della stessa Ginevra, perché non sapendo che aveva riacquisito la memoria temevano di compromettere la sua nuova vita.
Accadde, dunque, sul finire del diciottesimo anno di questa sua vita sulla Terra, che Ginevra per la tanta nostalgia si ammalasse gravemente e non potesse più scegliere se restare o andare via: di lì a poco la sua nuova seconda vita sarebbe finita e lei, che lo volesse o meno, avrebbe fatto ritorno fra le altre stelle. Fino agli ultimi momenti di quella terribile malattia che la colse, il cui nome pochi uomini osano pronunciare a cuor leggero, la madre e la sorella le rimasero vicine, unite come lo erano state nella vita ora anche nella morte: tutti gli altri non vennero a salutarla, non perché non l’amassero, ma perché Ginevra amò troppo loro, tanto da pregare la sua famiglia di non far partecipi altri delle sue condizioni, affinchè non ne soffrissero. E anche negli ultimi attimi della sua vita, quando la malattia sembrava prendere il definitivo sopravvento, e invece, povera stolta, sfogava su un umano l’incapacità di poter anche solo arrivare a scalfire una superba stella, Ginevra riuscì a farsi amare da chi le stava attorno, dai medici, dalle infermiere, e dagli altri malati dell’ospedale.
Fu così che Ginevra lasciò la sua vita su questa Terra e fra quegli uomini che l’avevano tanto incuriosita, per rinascere Argentovivo, per tornare ad essere stella fra le stelle, lassù in cielo, lontana e vicina allo stesso tempo ai cuori di quanti avevano avuto il privilegio di conoscerla durante la sua seconda vita.
Le sorelle, quando la rividero correre felice a cavallo della Via Lattea fino alla loro casa nel cielo, furono colte da una stupore e da una gioia indescrivibili, e le corsero incontro, vollero abbracciarla e insistettero affinchè lei raccontasse loro tutto, sin dall’inizio, quante e quali cose erano accadute, le gioie e i dolori che aveva provato, e, infine, il motivo del suo ritorno. Quando la piccola Argentovivo terminò il suo racconto, sui cuori di tutte le stelle scese il gelo, perché dal punto di vista dei mortali l’ultimo periodo della vita terrena di Argentovivo, o meglio, della vita di Ginevra, era stato contraddistinto in gran parte dal dolore, e non dalla gioia come tutte si aspettavano. Argentovivo pregò però le sorelle di non dispiacersi troppo di quanto le era accaduto, perché le gioie ripagavano di molto le sofferenze che aveva patito; e più di ogni altra cosa, la gioia per aver avuto non una mamma qualsiasi, ma proprio quella mamma, avrebbe potuto richiedere un sacrificio anche cento volte maggiore, che non avrebbe esitato ad affrontare.
Quella sera, su nel cielo, le stelle danzarono e brillarono di una luce accecante per un tempo interminabile, e gli uomini non si capacitarono di quanto stesse accadendo; gli scienziati, gli astronomi, persino gli astrologi che di solito interpretavano qualsiasi moto astrale pur di guadagnare, non sapevano che pesci prendere. Fernanda, invece, dalla stanza dell’ospedale con la mano stringeva quella del corpo di Ginevra e con lo sguardo, in cielo, raggiungeva gli occhi di Argentovivo. Proprio lassù, dove finiscono le vette delle montagne e inizia l’unico grande oceano che le navi non possono solcare.
La storia della nostra piccola stella Argentovivo termina qui, ed è bella e triste, ma soprattutto, e ciò che più conta, è vera: perché io conobbi Ginevra, io conobbi quella stella ed ella vive ancora lassù nel cielo. C’è una cosa, però, che ancora non vi ho detto: Argentovivo non avrebbe mai sopportato l’idea di lasciare la sua mamma sola sulla Terra, dopo la sua partenza. Le aveva detto che sarebbe stato molto più bello se fosse stata la madre a scorgere nel cielo la figlia, e non viceversa, ricordate? E’ per questo che ogni sera, sul far del crepuscolo, quando il giorno e la notte si confondono e il mare e le montagne si prendono per mano, Argentovivo torna sulla Terra, scende fino a quel bizzarro stivale, l’Italia, adagio, adagio, affinchè gli altri uomini non la scorgano, e felice torna a salutare la sua mamma, e stanno insieme ancora un altro po’, chiacchierano del più e del meno, si guardano, ma soprattutto, per molto, molto del tempo che insieme hanno da spendere, si concedono i silenzi più belli del mondo.
#368068 Now Listening
Postato il
scorpion
on 24 gen 2012 - 11:00
#367209 Il Diario Scolastico 2011/2012
Postato il
aLeh ♥
on 19 gen 2012 - 07:39
Mi sto sviolinando i coglioni, sto studiando insetti da ieri.
Posso dirvi tutto quello che voleve su aracnidi e vermi.
HO VERMI CHE MI ESCONO DA TUTTO IL CERVELLO, NON VEDO CHE VERMI IN QUEL LIBRO.
E malattie mortali. TANTE MALATTIE MORTALI.
DIVENTERO' UN EMO.
#367169 Il Diario Scolastico 2011/2012
Postato il
scorpion
on 19 gen 2012 - 05:12
#366235 SOPA
Postato il
scorpion
on 13 gen 2012 - 07:09
#363363 Cambiare Nick
Postato il
Canguro Mannaro
on 31 dic 2011 - 01:44
Tra l'altro ho cambiato nick rimettendo questo, sono un fail.
- Animal Crossing Life
- > Visualizza Profilo: Mi Piace: Pol
- Regolamento Generale


Connettiti
Registrati




Miei Contenuti



